Le origini

La mia Famiglia è sempre stata alla guida dell’azienda. Mio padre e mio zio, i fondatori, hanno ufficializzato la loro attività nel 1961, ma in realtà le loro improvvisazioni iniziarono qualche anno prima intorno alla fine degli anni cinquanta.

Noi figli siamo cresciuti a pane e cuoio, dico cuoio perché era  il suo forte odore che caratterizzava ogni momento della nostra giornata. Li ricordo come anni veramente difficili, ma bellissimi, spensierati e pieni di iniziative.

Le difficoltà non pesavano sulle nostre spalle di ragazzini.

Erano gli anni post bellici, anni in cui le attività fiorivano ovunque ed in ogni settore, le Marche avevano già una lunga tradizione manifatturiera nel settore delle calzature, e proprio in quegli anni si verificò un fenomeno oggi potenzialmente irripetibile, una famiglia su cinque era un’azienda.

Quando iniziò l’attività (in un laboratorio di circa 20 metri quadrati), la capacità produttiva era di circa 10-12 paia, prodotte interamente a mano utilizzando le antiche tecniche di calzoleria, personalmente da mio padre, mio zio ed un dipendente.

L’innovazione portò in quegli anni a fare passi da gigante in termini di capacità produttive. Le vecchie tecniche lentamente vennero abbandonate per lasciare l’ingresso a macchinari sempre più sofisticati che permisero di aumentare notevolmente le produttività. Nostro padre fu bravo a tenere sempre fermo l’occhio sui processi evolutivi del settore, facendoci contemporaneamente una grande scuola su quello che era stato lo storico.

E’ questo che ha facilitato e permesso il fatidico spesso complesso passaggio generazionale. Nel momento del mio inserimento, nella seconda metà degli anni ottanta, c’è stata una perfetta alchimia tra storia ed evoluzione.

Erano momenti in cui sporadicamente i mercati entravano in crisi, il costo del lavoro iniziava a salire, parecchie aziende iniziavano a delocalizzare alcune fasi di lavorazione (spesso all’estero), per cercare di abbattere i costi. Noi invece attuavamo con le nostre scelte il processo inverso, cercavamo di produrre nel nostro opificio per non perdere il controllo della qualità, aumentando le unità lavorative, ma per contro riducendo notevolmente la capacità produttiva.

Delocalizzazione e la nascita del Made in Torre San Patrizio

Sono anche sempre stato convinto che delocalizzare portasse all’impoverimento del nostro tessuto e non mi e’ sembrato di essermi sbagliato. Nel corso di 20 anni siamo passati da una produzione di circa 250 paia giornaliere e 15 persone nell’organico, ad una produzione di 120-140 paia con l’impiego di circa 40 persone. Per rimarcare la nostra appartenenza, e prendere le distanze da tutti quei falsi Made in Italy che sono sul mercato (e credetemi sono la maggioranza), contraddistinguo le mie creazioni con il marchio MADE IN TORRE SAN PATRIZIO, che non vuole sembrare una provocazione. Lo è.

La delocalizzazione e gli eccessi produttivi, hanno squilibrato l’offerta sulla domanda, portando allo stato attuale un rapporto di 7 contro 1. Nell’analisi di questi eccessi produttivi, in cui il maggior responsabile è il Far East, ci sono: lavoro minorile, utilizzo di prodotti dannosi per la salute, inquinamento, sfruttamento di manodopera a basso costo etc.

Attualmente, siamo presenti in quasi tutti i mercati, nelle ultime stagioni sono cresciuti notevolmente: Giappone, America, e Nord Europa, di quest’ultima in particolar modo la Germania, soprattutto dopo l’apertura del nostro primo negozio mono marca a Monaco di Baviera.

Fra le nostre strategie, la fidelizzazione dei clienti, lo stiamo facendo già dal nostro punto vendita di Monaco con grande successo, fornendo servizi che soltanto aziende strutturate come la nostra sono in grado di poter fornire.

“Business People”, 2014